Ad Ascona la sperimentazione delle immagini di Stefania Beretta

Prosegue presso il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona la personale di Stefania Beretta (Vacallo, 1957) tra le più accreditate fotografe del panorama internazionale.

La rassegna al Museo di Ascona, Una Segnaletica dell’Essere, curata da Mara Folini, Viana Conti ed Ellen Maurer Zilioli, ripercorre, attraverso 50 immagini, la ricerca di Stefania Beretta condotta in India in un arco temporale di trent’anni.
Il percorso è diviso in quattro sezioni corrispondenti ad altrettanti cicli fotografici
Laa mostra si apre con la serie Indiarasoterra, realizzata tra il 2001 ed il 2002, con la polaroid in bianco e nero e la stampa ai sali d’argento. In questi scatti, Stefania Beretta ripercorre la quotidianità della gente comune, dal sorgere del sole al tramonto, nei rituali del cibo, dell’offerta, del ritiro in preghiera, tutti caratterizzati da un’aura di intensa sacralità.

Indian walls (2008-2015) è un ciclo in cui lo sguardo dell’artista si focalizza su quella pagina urbana che sono i muri cittadini, dove tutte le tracce e le impronte che essi portano con sé, conducono a una vera e propria ‘segnaletica dell’essere’. Sono fotografie digitali a colori, che si presentano come composizioni ora astratte, ora geometriche, ora gestuali, dove colature di vernice si alternano a scritte, a ombre create da oggetti appesi, a strutture create da reticoli di cavi elettrici e telefonici.

Paesaggi improbabili è il titolo di ciclo in progress, avviato nel 2006, che risponde all’esigenza di dare una dimensione fisica alla bidimensionalità della fotografia, sottoponendola alle impunture dell’ago della macchina da cucire, col fine di dare unicità all’opera fotografica destinata per sua natura alla serialità della stampa. L’artista interviene a posteriori, arricchendo le sue immagini a colori con rammendi e tracciati di fili, che arricchiscono l’impianto visivo delle sue opere.

Chiude la mostra, Rooms (1986-1998), dedicato ai soggiorni di viaggio nelle tante camere d’albergo o locande improvvisate, che ricostruiscono le tappe di un lungo tragitto, fisico e spirituale, compiuto da Stefania Beretta sulle strade indiane. Questi scatti analogici, con una camera di piccolo o medio formato, in bianco e nero, sono tutti frammenti di ricordi, la cui poetica, di natura antropologica, scaturisce da un linguaggio fotografico che coglie gli indizi di una presenza umana mai esibita, avvertita attraverso le tracce, i reperti o le pieghe di un lenzuolo.

(nota stampa museo)
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