Mascia Cantoni: parlando di tv ed emigrazione

Cari Amici,
vorrei condividere con voi alcune considerazioni per riflettere su alcuni aspetti dell’emigrazione italiana in Svizzera fra gli anni 50 e gli anni 80.

Mascia e Corrado ai tempi di “Un’ ora per voi”

Vorrei far rivivere un periodo televisivo strettamente legato all’immigrazione italiana che ha visto l’enorme successo di “UN’ORA PER VOI”. La trasmissione televisiva  per i lavoratori italiani in Svizzera coprodotta dalla Società svizzera di radiotelevisione (SSR) con la Radiotelevisione italiana (RAI) che andò in onda per la prima volta il 23 maggio 1964. 
Presentammo, Corrado ed io, quella fortunata trasmissione per ben quindici anni. Fu un’esperienza impegnativa , ricca di incontri e di risvolti umani altamente significativi. Cito, in parte,  quanto esposto da Matilde Gaggini Fontana, autrice del saggio “ Un’ora per voi. Storia di una Tv senza frontiere”
“Oggi tutti o quasi si portano appresso uno schermo: sia un telefono cellulare, un tablet o un computer. Volendo possiamo comunicare, guardare, ascoltare qualsiasi cosa ovunque. L’accresciuta mobilità delle persone si è portata con sé un progressivo annullamento delle distanze. Tanto che l’ubiquità virtuale è ormai una situazione vissuta quotidianamente: posso tranquillamente lavorare a Londra e far crescere i miei figli in Ticino, trasferirmi dall’altra parte del mondo senza perdere i contatti  quotidiani con la famiglia, con l’attività professionale,senza allontanarmi dalla o dalle comunità di partenza. Grazie a Skype, Facebook, Twitter, Youtube, ai siti di giornali, radio e tv l`emigrante del Duemila può tenersi in contatto continuo con il mondo che ha lasciato, partendo , in realtà, solo fisicamente.
Cinquant’anni fa l’unico schermo di comunicazione era quello televisivo, che non era la tv che conosciamo oggi. In pieno boom economico la televisione muoveva i primi passi, affermandosi ben presto come straordinaria agenzia di socializzazione, popolare sintesi di spettacolo, informazione e cultura. La tv degli anni sessanta in Svizzera trasmetteva ancora poche ore al giorno e attorno all’evento televisivo si riunivano le famiglie nei salotti di casa, gli amici al bar, operai e operaie nelle mense delle fabbriche. Tutti assieme a consumare il medesimo menu.”
Ascoltando queste parole e la testimonianza di alcuni ex-emigranti totalmente integrati nel nostro paese tanto da rimanervi e formare famiglia , la mia mente andava al periodo della nostra emigrazione, quando i nostri nonni, bisnonni  e forse ancora i nostri padri erano costretti a partire per destinazioni lontane, in paesi completamente diversi in cerca di lavoro. Credo che abbiano vissuto , i nostri emigrati in Francia , in Germania , in America le stesse dure esperienze degli immigrati in Svizzera di cui parla Paolo Barcella nel suo libro “Venuti qui per cercare lavoro” :

Mattia-Bernardoni-Mascia-Cantoni-e-Milena-Tamborini

Mattia-Bernardoni-Mascia-Cantoni-e-Milena-Tamborini

”Le esperienze degli emigrati italiani sono numerose e particolarmente complesse a causa degli elementi che contraddistinguono la realtà del paese in cui si trovano per la prima volta: il plurilinguismo, le autonomie cantonali e una politica migratoria basata sulla molteplicità di statuti per gli immigrati. Per cogliere il fenomeno in tutta la sua complessità occorre tenere conto, oltre che degli aspetti istituzionali, anche della varietà dei settori di impiego dove gli emigrati potevano trovare lavoro, così come dei desideri dei progetti e delle ragioni soggettive che spingevano i singoli a emigrare. Ci furono  donne che partirono sole per trovare un impiego nell’industria tessile, nella ristorazione o nel settore alberghiero. Alcune di loro tornarono in patria dopo aver spedito lo stipendio a casa per anni; altre decisero di rimanere nella Confederazione e si sposarono , talvolta con cittadini svizzeri, talvolta con compaesani. Ci furono uomini che, percorrendo gli stessi sentieri dei loro padri, attraversavano il confine stagionalmente, lavorando come boscaioli e giardinieri; altri che trovarono impiego nei grandi centri industriali del Canton Zurigo e dopo qualche anno con permessi temporanei si stabilirono  definitivamente nella Confederazione con tutta la famiglia. Ci furono bambine e bambini che semplicemente seguirono i genitori nei oro spostamenti: costoro dovettero confrontarsi con il complicato inserimento nelle scuole locali, dove non si parlava la loro lingua e dove non erano sempre compagni graditi. Tutte queste persone , con le loro difficoltà e le loro traversie, non subirono passivamente l’emigrazione, ma ebbero un ruolo importante nella ridefinizione dello spazio sociale in Svizzera. Si impegnarono nell’organizzazione di attività associative e lottarono allo scopo di conquistare uno spazio anche nella vita pubblica e politica, spesso continuando a conservare i legami con la propria patria e con le persone care, magari attraverso gli scambi epistolari che rappresentarono uno strumento fondamentale per la conservazione di quei legami. “
Ecco, tutto questo, penso io,  lo possiamo applicare a quanto i nostri emigranti all’estero e qualcuno anche oltre San Gottardo, ha dovuto subire e sopportare e lottare per affermare la propria identità attraverso il proprio lavoro mirato al sogno  che per fortuna spesso diventava realtà, di migliorare le proprie condizioni e quelle delle loro famiglie lontane.
Come gli immigrati italiani nella Svizzera interna si riunivano in gruppi di provenienza e parlavano il loro dialetto anche i nostri emigranti ticinesi si riunivano e parlavano la lingua delle valli: un modo per sentirsi uniti, per distinguersi dagli altri, per risentire nel cuore gli odori, i sapori ,le tradizioni del loro paese con un velo di nostalgia e di speranza per un ritorno che speravano vicino.
Ecco , il dialetto: la lingua del cuore che anche i nostri giovani devono conoscere ed apprezzare per ricordare i sacrifici dei loro bisnonni e nonni in un mondo che dimentica sempre più velocemente. 

Ecco perché, oggi, ho voluto condividere con  voi  questo parallelismo fra immigrazione italiana in Svizzera e l’emigrazione ticinese all’estero. 
Riflettiamo anche sui nuovi immigrati di oggi e cerchiamo di capire, con maggiore solidarietà, le loro difficoltà e i loro comportamenti che spesso sono espressione di un forte disagio. 

Buona primavera a tutti!
Mascia Cantoni 

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