A colloquio con una giovane ricercatrice linguistica

Dafne Genasci, uno degli ultimi acquisti del CDE, è una giovane ricercatrice (classe 1986) che ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande sul suo particolare lavoro, che ci permette di capire meglio come nasce concretamente un dizionario elaborato come il RID.

Cara Dafne, intanto ti ringrazio molto per aver accettato di raccontarti professionalmente. Partiamo subito col capire che lavoro fai di preciso...
Sono collaboratrice scientifica del CDE, presso il quale lavoro dal 2012 e mi occupo in particolar modo della versione informatica del RID (Repertorio italiano - dialetti, ndr).
In che cosa consiste esattamente il tuo mestiere?
Mi occupo della trasposizione dal formato cartaceo al web del RID, ma è solo l’ultima parte di un grande lavoro che ha coinvolto e coinvolge diverse persone. Quando sono arrivata, circa due anni fa, il lavoro sulla versione informatica del LSI (Lessico dialettale della Svizzera Italiana, ndr) e del RID era già in stadio avanzato. I miei colleghi ricercatori erano suddivisi in due team, ed io sono stata inserita in quello che si occupava del RID. Questa attuale è solo l’ultima di diverse fasi di lavoro.
Che lavoro hanno svolto i tuoi colleghi prima che tu arrivassi?
La maggior parte del lavoro! (ride, ndr) Loro lavorano già da anni sul LSI e hanno seguito il progetto del RID fin dalla nascita, partecipando così a tutte le fasi, compresa quella di traduzione manuale dei termini del LSI, seguita dalla lunga selezione fatta per eliminare i termini che non hanno corrispondenza italiana, ad esempio. Un’altra grande fetta di lavoro fatta dai miei colleghi è stata quella di riorganizzare tutto il materiale linguistico basandolo sui significati dell’italiano e non del dialetto. Hanno davvero fatto un gran lavoro!
Cioè?
Nell’Archivio è presente un gran numero di registrazioni audio di valore etnografico raccolte dall’ex collaboratore del CDE Mario Vicari; sono cioè delle interviste fatte nel corso degli anni a persone, spesso anziane, che parlavano i dialetti delle differenti regioni della Svizzera Italiana. Di queste registrazioni esistevano già delle trascrizioni, ma sono state tutte revisionate, per correggere eventuali errori e soprattutto per rendere i testi più scorrevoli e adatti al pubblico. Grazie a queste preziose fonti si sono potute arricchire notevolmente le presentazioni sia del LSI che del RID.
A seguire, che cosa è successo?
Abbiamo compiuto una prima revisione totale correttiva, di qualsiasi tipo di errore, ed è stata una fase di lavoro lunga e impegnativa. Dopo di che c’è stata l’esportazione su carta stampata del RID a cui è seguita un’ulteriore revisione manuale che è stata ancora più lunga, anche perché sono sorti alcuni problemi tecnici; ma soprattutto la revisione ha interessato ogni singola pagina dei due volumi di cui è composto il RID!
Complimenti per la pazienza! E il sito quando dovrebbe essere aperto al pubblico?
Ci auguriamo che sarà accessibile entro la fine del 2014.
Venendo a te, presentandoti, abbiamo detto che sei giovane e sicuramente non appartieni al classico stereotipo che ci propongono certi film, della ricercatrice grigia e spenta. Com’è stato l’inserimento?
Ti ringrazio dei complimenti, l’inserimento è stato ottimo! Ho avuto la possibilità di imparare da chi ha più esperienza di me, e ringrazio tutti i miei colleghi per questo. Il fatto di avere età, interessi, o provenienze (a livello cantonale) differenti, per me non rappresenta alcun ostacolo anzi è fonte di arricchimento. Inoltre, abbiamo tutti background di studi linguistici e/o umanistici simili e questo funge da importante collante.
Come ti sei avvicinata a questo mestiere così particolare?
Un po’ per caso. Durante gli anni di studio ho sentito parlare molto bene del CDE e della possibilità di effettuare degli stage. Mi hanno presa per un periodo in inverno e quell’esperienza ha dato un segnale decisivo al mio percorso scolastico, proiettandomi verso la linguistica, una materia che mi piace particolarmente perché che permette di trovare connessioni e similitudini fra le varie lingue, i diversi dialetti, le regioni, le persone e le culture, potendo così aprirsi a ciò che ci è lontano.
Alla passione per la linguistica nel tuo caso si è unita anche la tua forte conoscenza del dialetto. Che rapporto hai con lui?
In casa lo parlo fin da piccola, nella variante di Airolo. Ma ho parlato fin da piccola anche il famoso “dialetto della ferrovia”, con i compagni di scuola e gli amici. E oggi lo parlo quotidianamente anche sul posto di lavoro, con i colleghi lo usiamo spesso. In un certo senso il dialetto è stato anche la chiave di accesso al mondo professionale: infatti, prima di essere assunta, ho mandato la mia tesi di master - svolta sul dialetto airolese - al CDE e alcuni dei risultati sono stati inseriti nel LSI.
Ti senti quindi di avvalorare la tesi del tuo capo, Franco Lurà, secondo cui il dialetto non è solo “quello degli affetti”, ma è proprio la quotidianità nel suo insieme?
Assolutamente sì! Se riuscissi a parlare dialetto anche con il mio ragazzo e con alcuni miei amici che non lo parlano, potrei dire di essere immersa al 100% nei dialetti!
frill

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