Il dialetto che ruggisce, Franco Lura

«Si tratta di un progetto importante innovativo. Non ha parallelismi, non solo in Svizzera, ma nemmeno in ambito italofono in generale»
È con orgoglio che Franco Lurà, direttore del Centro di Dialettologia e di Etnografia di Bellinzona, ci illustra il progetto che ha coordinato nel corso degli ultimi anni. Si tratta del RID (Repertorio italiano - dialetti), un’interessantissima raccolta di più di ventimila parole italiane con la corrispettiva traduzione nei differenti dialetti della nostra regione.

Com’è nato il RID?
L’idea è nata già quasi vent’anni fa, strettamente legata alla realizzazione del LSI (Lessico dialettale della Svizzera Italiana, ndr), che ha visto la luce nel 2004, dopo nove anni di gestazione, e di cui il RID è idealmente un complemento. Infatti, mentre il LSI riunisce più di 190mila forme dialettali organizzate in circa 57mila lemmi, il RID parte invece da lemmi italiani per arrivare alle forme dialettali. In area italofona gli unici ad avere qualcosa di simile sono i friulani, la cui opera di traduzione dall’italiano al dialetto ha uno scopo didattico quasi ‘nazionalistico’, teso a parificare il friulano all’italiano, mentre il nostro progetto è nato in ambito scientifico e mantiene tutt’ora intatta questa matrice. Siamo i primi per quanto riguarda i dialetti.
Sicuramente ci sarà stato un forte interesse da parte del mondo accademico...
È così. Nel corso degli ultimi mesi l’opera è stata presentata alle università di Berna, Friborgo, Losanna, Ginevra e Zurigo. Ci lusinga inoltre essere stati contattati dall’università di Bolzano, che ha richiesto di avere il lemmario del RID, da poter usare come modello per un progetto analogo al nostro: una prova in più della struttura molto funzionale della nostra opera. Tuttavia mi preme sottolineare che, nonostante il carattere scientifico del RID, si tratta di un dizionario snello e agevole anche per il pubblico non accademico. La conferma ci è arrivata alla presentazione ufficiale avvenuta il 6 dicembre 2013 al Centro culturale di Chiasso, che ha visto una massiccia affluenza.
Come si spiega quest’interesse nei confronti del RID e del dialetto in generale?
Ci sono diverse spiegazioni. Il dialetto è ampiamente radicato sul nostro territorio, non è solo la ‘lingua degli affetti’, come si sottolinea spesso, è anche una sorta di lingua franca tra molti giovani; mi pare che oggi si possa parlare di un vero e proprio revival dei dialetti ticinesi. Basti pensare alle numerose band musicali presenti sul territorio che scelgono proprio il dialetto per cantare, a discapito dell’italiano o dell’inglese. Ma c’è anche un legame più sottile tra dialetto e ticinesi: è il filo che ci lega al nostro passato, non solo linguistico.
I dialetti testimoniano ciò che siamo ma ancora più ciò che eravamo, comprendendo numerosi termini della vita sociale ed economica di un tempo. Si tratta di una testimonianza sopravvissuta nel tempo, ma più viva che mai, e che con la sua vivacità e freschezza ci ricorda nel parlato di tutti i giorni come eravamo tanti anni fa.
Ad esempio?
Beh, gli esempi di mestieri e soprattutto attrezzi usati una volta sono innumerevoli nel RID, e testimoniano la cultura contadina delle nostre vallate che, sebbene scomparsa da tempo nella realtà dei fatti, resta ben presente proprio nei dialetti dei nostri paesi. Ma il lavoro di raccolta effettuato per il RID ci ha permesso di immergerci nella mentalità ticinese tradizionale.
...e con quali risultati?
Non sempre lusinghieri, ma senz’altro curiosi ed interessanti! Ad esempio emerge che siamo un popolo piuttosto brontolone, e facile alla critica. Mi spiego meglio: per il termine italiano “intelligente” abbiamo undici righe di corrispettivi dialettali, mentre per “stupido” ci sono ben cinque pagine! Stesso discorso vale per i termini “pigro” e “laborioso” e “bello” e “brutto”, come per molti altri, a prevalere è sempre quantitativamente il termine dispregiativo. È chiaro inoltre che nella nostra società è presente un forte tabù nei confronti del concetto di morte: ci sono solo quattro diversi modi di dire per “nascere”, mentre per “morire” troviamo ben due pagine! Si tratta verosimilmente di un tentativo per esorcizzare linguisticamente qualcosa che ci fa paura e che va trattato con cura, dando ampio spazio all’ironia.
Una mentalità quindi poco indulgente, ma decisamente creativa?
Proprio così. Il quadro socio-culturale che risulta da quest’analisi linguistica è senza dubbio a tinte chiaro scure; da un lato si apprezza la grande varietà lessicale dialettale in uno spazio comunque ristretto, ma dall’altro lato vi sono alcuni aspetti meno edificanti. È quest’ultimo il caso soprattutto dell’immagine della donna, che ne esce un po’ sconfitta. Chi consulta il RID se ne rende immediatamente conto: quando c’è il femminile di un aggettivo, quasi sempre è denigratorio. La donna brutta ha molte più denominazioni della donna carina, e chi volesse trovare il corrispettivo dialettale di “bella” resterebbe deluso, a differenza di chi fosse alla ricerca di “stupida”. Il nostro team di ricercatori, un totale di circa 5-6 persone a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti per il lavoro da certosino svolto, ha avuto così modo di appurare che la salvaguardia dei dialetti, a cui tutti noi teniamo moltissimo, non è soltanto un lavoro di tipo linguistico ma anche etnologico e sociologico.
s’intuisce che il dialetto per lei non è solo una professione, ma anche una passione.
Fa parte della mia quotidianità, del parlato di tutti i giorni. Direi che fa proprio parte di me. Cerco quindi di coniugare questo aspetto con altre passioni, come per esempio quella per il teatro dialettale...
...Come il TEPSI! Ha quindi un buon rapporto con il teatro dialettale?
Certo! Mi capita spesso di seguire spettacoli in dialetto e mi diverto sempre molto, sono immediati e riescono ad esprimere stati d’animo e situazioni in maniera del tutto particolare. Posso dire di essere un sostenitore del teatro dialettale, che è importante sia da un punto di vista linguistico come promotore del dialetto, sia da un punto di vista sociale, avvicinando le diverse parti sociali, ma anche etniche, di una società. E mi sembra che sia tutt’altro che in cattiva salute: non mi è mai capitato di vedere una sala vuota. L’accoglienza è senza dubbio buona. Come ha implicitamente suggerito lei, CDE e TEPSI hanno l’obiettivo comune della salvaguardia del dialetto.
Ritiene che ci possa essere una sinergia tra le parti?
Sì, se dovesse capitare l’occasione. Dal mio punto di vista è essenziale la coesistenza di diverse forme di promozione dialettale, ma riuscire a fare un lavoro di collaborazione, impegnandosi a battere strade nuove, è senza dubbio uno stimolo importante. Al CDE svolgiamo un lavoro di consulenza grafica e dialettale a 360°, siamo impegnati con numerosi partner e il nostro è un impegno quotidiano sul terreno in nome del dialetto e della divulgazione scientifica. Da questo punto di vista non escluderei una collaborazione con il TEPSI.
In conclusione, dopo aver dato il tempo necessario al RID per farsi conoscere, quali altri progetti avete in serbo?
L’attuale progetto al quale stiamo lavorando è il DiCSI (Dialetto Comune della Svizzera Italiana, ndr), ossia un’edizione tascabile del cosiddetto “dialetto della ferrovia”, il dialetto standardizzato chiamato dai linguisti “koinè”, che può essere usato dagli svizzeri italiani delle varie
regioni senza le particolarità locali e che può essere utilizzato anche come base di partenza per chi desidera avvicinarsi al dialetto senza averlo imparato in casa. Il DiCSI sarà pronto per la primavera del 2015, e posso anticipare che ci sarà anche una comoda versione per tablet. Penso che sia un’idea bella e funzionale e mi auguro che possa avere lo stesso riscontro positivo che hanno ottenuto il LSI e il RID, resi possibili dal costante sostegno ricevuto in questi anni dalle autorità cantonali e federali, che voglio ancora pubblicamente ringraziare. In attesa di poter imparare anche io il dialetto solo muovendo il dito sul mio tablet, ringrazio Franco Lurà per la disponibilità, la gentilezza e la competenza, augurando a lui e al suo team di concludere al meglio la promozione del RID, che merita una lettura approfondita per l’alta qualità e quantità di informazioni che racchiude!
Il Repertorio italiano-dialetti (RID) offre una diversa chiave di lettura del ricco patrimonio lessicale della Svizzera italiana, permettendo di scoprire il dialetto partendo dall’italiano. Un’opera di grande utilità per coloro che vogliono avvicinarsi alla realtà dialettale e per chi desidera ritrovare parole ed espressioni di oggi e di ieri. Oltre 20'000 parole italiane presentate in 2 eleganti volumi con le loro traduzioni dialettali, con l’aggiunta di tavole terminologiche e di carte linguistiche che mostrano la diffusione nel territorio dei diversi nomi per uno stesso concetto.

Compilando il tagliando di sottoscrizione (scaricabile in basso) è possibile ordinare il RID al prezzo di CHF 110.--; chi lo desiderasse può acquistare anche i 5 volumi del Lessico dialettale della Svizzera italiana (LSI) al prezzo speciale di CHF 200.--.

Il tagliano di ordinazione è da inviare al:
Centro di dialettologia e di etnografia
Viale Stefano Franscini 30/a
6501 Bellinzona
oppure per posta elettronica: decs-cde@ti.ch

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