Fabian: l’ultima volta all’inferno

”Benvenuti all’inferno”, dice così lo striscione messo all’inizio della Foresta di Aremberg, l’icona succo dei 53 chilometri di pavè monumento della regina delle classiche, come la Parigi-Roubaix è sempre stata chiamata. Domani sarà l’ultimo impegno di un altro monumento del ciclismo: Fabian Cancellara (Foto Fabrizio Delmati)

La Roubaix, una corsa non per chiunque, perché essere corridore da Roubaix non è da tutti. Vincere la regina è un gallone che può bastare ad una carriera. Tipi a parte, quelli che possono dire di essersi goduti il velodromo da vincitori. Nomi che restano

Come quello di Fabian Cancellara. Per dieci anni, magari in coabitazione con Boonen nell’immaginario collettivo, lui praticamente è stato la “Roubaix”.

Una carriera da Highlander, una curriculum grandioso sorretto da una potenza indiscutibile e devastante ma anche da un carattere e una correttezza unici, che hanno meritato il rispetto di tutti, nelle Fiandre e fuori.

La sceneggiatura delle vittorie di Fabian è poeticamente una sola: il coraggio di attaccare, dentro qualsiasi paesaggio, nella polvere e nel fango, nelle difficoltà e nell’euforia. Un ardore accompagnato da un fisico unico, e da una vena cavalleresca da altri tempi! Questa è l’anima del corridore svizzero, la stessa che è uscita dall’addio al Fiandre, un attimo toccante quel secondo nell’amarezza, un passaggio di consegne tanto nobile da commuovere tutto il mondo del ciclismo, che rimpiangerà a lungo un atleta-uomo, sostanza difficile da trovare oggi.

Certo, vedere Fabian primo ancora una volta sarebbe un urlo eterno nel mondo del ciclismo, ma non è ipotesi necessaria per portarlo nella leggenda, dove lui già è. La Roubaix è polvere, fango, sudore, storie, memoria, leggenda, miseria e povertà, ricchezza e grandezza, umiltà e sofferenza, tutti elementi che Fabian ha segnato nella sua carriera. Una vittoria, cosa potrebbe aggiungere, alla fine?

La Roubaix è sostanza unica, basta raccontare di Aremberg, una strada per capre e carbone inventata nel 1968 da che quella via l’aveva percorsa molte volte: Stablinski, ex corridore che da ragazzo aveva sofferto come minatore su quel pavè grosso, nero, fatto di pietre sconnesse che si danno le spalle, creando dislivelli micidiali per ruote, mani, spalle e fiato. Nel 1946 Jean era un minatore di 14 anni, orfano di guerra, che aveva in mente solo due cose, guadagnare qualcosa per sfamarsi e avanzare qualche soldo per un manubrio a corna di bue da innestare alla vecchia bici del padre. Lo comprò quel manico ritorto e con  il talento delle sue gambe si salvò dalla povertà ma senza dimenticare quegli anni. Fu un luogotenente di Anquetil, ma vinse anche molto: 100 corse fra cui una Vuelta, un Giro del Belgio, tappe al Tour e al Giro d’Italia e la punta di Salò, dove nel 1962 conquistò la maglia iridata.

Comunque, pur immerso nel mondo da commedia americana del ciclismo-Anquetil anni sessanta, Stablinski non dimenticò mai  la durezza di quella strada allora percorsa con i carichi di carbone, tanto che la indicò all’organizzazione per la Parigi Roubaix.

Così  la Roubaix, regina delle classiche, vide aggiungersi un altro strappo di durezza alla sua scorza di spietata corsa ad eliminazione. Immagine di un ciclismo fatto di volti macerati dal fango e dalla polvere.

 

frill

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