La scuola ticinese sempre in prima linea a favore dello studente.

Gli orizzonti dell'insegnamento. A cura di Pietro Vagli Viello.
Esistono scienze e dottrine capaci di affermare che il ritratto più essenziale della storia e della cultura comportamentale di ogni singolo essere vivente possa dipendere dalle condizioni generali del momento in cui l’essere umano comincia la sua avventura su questa terra, rappresentando quella particella vitale definita spermatozoo che arriva a fecondare l’ovulo di colei (la Donna) che porterà in grembo il grande miracolo dell’esistenza.

Terminato il periodo di formazione corporale nelle acque del ventre materno, così la nuova creatura si presenta alla luce del mondo con una mappa genetica già ben definita e pronta ad affrontare ogni aspetto esistenziale della vita.
Da quel momento tutto diventa apprendimento di un insegnamento che si presenta ad ogni tappa della propria vita con metodi ed esempi sempre diversi.
Dapprima i genitori e la famiglia rappresentano i primordiali punti di riferimento, poi appena terminata la fase di prima conoscenza del nuovo mondo e dei suoi meccanismi costituiti dalla luce, dai suoni e dai colori ecco che il piccolo e consapevole essere, si ritroverà catapultato nel pianeta della scuola. Quel mondo che se ben rappresentato e se ben recepito, starà a significare ogni scelta, e ogni traguardo di tutto un percorso esistenziale.

Terminata questa ovvia ed antica premessa, siamo andati a trovare un giovane e promettente professore del Liceo Elvetico di Lugano, il quale è da sempre impegnato nell’innovazione di insegnamento, al fine di valorizzare il pianeta scolastico, al punto di rappresentare la vera forza di preparazione alla vita dello studente che inevitabilmente rappresenterà la storia, la cultura e il percorso economico sociale del proprio paese o comunque la dove deciderà di portare la sua esperienza umana e professionale.

Stiamo parlando del Professor Paolo Pellicini, insegnate di psicologia dell’età evolutiva, esperto di scienze umane e psico antropologiche, scrittore (Silenzio Simbolo Sublimazione, Armando Editore 2009 – Lasciati cadere, Gruppo Albatros Il Filo 2012) con il quale abbiamo voluto fare il punto su alcuni aspetti della realtà scolastica ticinese.

Prof. Paolo Pellicini, Lei insegna al Liceo Economico-Sociale (LES) presso l’Istituto Elvetico di Lugano. Come descriverebbe la società in cui viviamo oggi?
Viviamo ormai in un villaggio globale e fluido, dove l’informazione viaggia con estrema facilità. Si è molto più liberi rispetto al passato ma anche più soli davanti alle decisioni riguardanti la propria vita.
Questo perché i legami che intratteniamo con gli altri si sono fatti più deboli, così come i punti di riferimento che caratterizzavano la "vecchia" società. Sono aumentate le relazioni virtuali (chat line ecc.), ma allo stesso tempo regna sovrana l’incertezza negli incontri "volto a volto".

La sfida educativa del LES

Oltre ad incidere sulle nuove forme di relazione e sulla nostra identità, la globalizzazione ha assunto un forte risvolto nell’ambito del lavoro. Le aziende decidono di spostare la loro produzione in Paesi dove la manodopera costa molto meno e i vecchi dipendenti perdono il posto di lavoro.

Dinnanzi a questa realtà sociale così liquida, quali compiti spettano all’istituzione scolastica? Qual è la sfida dell’educatore di oggi?
Come Docente del Liceo Economico-Sociale (LES), credo che occorra fornire ai giovani d’oggi una serie di competenze in grado di metterli al centro del mondo del lavoro (conoscenze linguistiche, tecnologiche, economico-sociali, stili di apprendimento), sviluppando allo stesso tempo attitudini di personalità. Un datore di lavoro è alla ricerca di persone responsabili, disponibili e in grado di svolgere un lavoro con senso compiuto in modo autonomo o in equipe.

Come è possibile sviluppare tali attitudini (responsabilità, autonomia, disponibilità)?
È possibile mediante lavori di ricerca, sulla base di finalità e tempi prestabiliti, rendendo l’alunno attivo nella sua fase di crescita. Partendo dall’assunto che il tema della ricerca, legato certamente al piano didattico, sia svolto sulla base di un interesse del ragazzo, per lui motivante. Solo in questo modo si possono sviluppare quelle tre attitudini suddette che, dopo una formazione di tre anni in ambito lavorativo, fanno sì che il ragazzo diventi fondamentale per qualsiasi datore di lavoro e competitivo sul mercato del lavoro globalizzato. Inoltre, la scuola dovrebbe favorire il più possibile esperienze extrascolastiche (stage lavorativi, esperienze di volontariato ecc.) per sondare le reali attitudini personali, e vacanze studio in paesi stranieri per evitare di essere autoreferenziali.

Oltre a competenze ed attitudini, ritiene che ci sia qualche altro aspetto fondamentale che il ragazzo debba sviluppare nel suo percorso di crescita?
L’altro aspetto da coltivare in ambito scolastico credo sia l’educazione all’affettività. Rispondendo proprio al mondo virtuale che domina la realtà odierna, occorre facilitare in classe i dibattiti “volto a volto” fra i ragazzi, favorendo l’emersione delle emozioni e la capacità di gestione di esse. Si può essere persone estremamente intelligenti ma non in grado di vivere la propria vita in modo equilibrato, senza avere la capacità di integrarsi in modo responsabile nella comunità civile.

In che modo è possibile favorire una educazione affettiva in classe?
I modi possono essere diversi: si possono organizzare dei cineforum oppure prendere spunto da un evento quotidiano, da una lettura specifica o da un filmato sul web ecc. Sarebbe opportuno avere anche momenti e luoghi dove poter dare vita a singoli colloqui, per così dire “clinici”, in modo da far sentire l’alunno una persona accompagnata nel suo percorso di crescita.

Dunque, qual è la sfida educativa del LES?
In un mondo dove i tradizionali strumenti di assorbimento collettivo dei rischi (Chiese, Istituzioni pubbliche, cortili civili) si sono ridotti rispetto al passato – in una parola manca sempre più “il senso di comunità” – occorre sviluppare nel ragazzo la capacità di autoanalisi e l’empatia, in grado di creare relazioni autentiche, sulle quali contare in futuro.

Gli educatori hanno dunque una grande sfida davanti: aiutare i giovani a possedere quegli strumenti idonei per diventare responsabili nel mondo del lavoro e nella gestione delle proprie emozioni.
a cura di Pietro Vagli Viello
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