Chi sono i Matiroo

A cura di Dino Stevanovic.
Compagnia teatrale Matiroo di Vacallo

Lo spiega Gianni Delorenzi, fondatore e anima del gruppo teatrale.

Bisogna tornare indietro di vent’anni nel paese di Vacallo. Eravamo un gruppo di amici che si trovava per divertirsi e condividere i problemi della quotidianità.

Nacque l’idea di fare teatro, mettendo in scena situazioni assolutamente credibili ed emblematiche.

Le nostre rappresentazioni prendono corpo da improvvisazioni teatrali eseguite da attori calati in situazioni immaginarie create con precisi intenti.

I risultati ritenuti interessanti vengono riscritti e adattati a una trama. In pratica ciò che mettiamo in scena è il frutto di un laboratorio teatrale, facciamo del teatro sperimentale con tutti i rischi che ciò comporta. A volte i risultati sono stati ottimi, altri meno. Quando la commedia non cattura il pubblico... è un disastro: come per tutti i commerci, ci vogliono dieci anni per farsi un cliente, ma meno di dieci secondi per perderlo. Ai Matiröö piace così, forse perché sono un po’ matti, gli piace rischiare, come il personaggio storico al quale si sono ispirati.

Delorenzi si riferisce a Luigi Pagani, detto Ul Matiröö, che nel febbraio 1847 guidò una rivolta, detta del carlun; un Robin Hood locale che in varie occasioni tolse ai ricchi per dare ai poveri.

Il territorio, la sua storia e la sua lingua è un altro aspetto che caratterizza la compagnia.

Ma il teatro non è solo la declamazione e la comprensione della parola scritta, é anche azione scenica e emozioni giocati in diretta, è il linguaggio universale della comunicazione che va oltre le convenzioni della lingua parlata.

I Matiröö hanno calcato i palcoscenici nazionali e sono reduci da un festival internazionale in Belgio.

Essere capiti con il nostro teatro, prevalentemente in dialetto, da persone che il dialetto non lo parlano, è una sensazione indescrivibile, conclude il regista.

Tratto da “Terra Ticinese” articolo scritto da Guido Codoni pubblicato su sito:

www.compagnia-matiroo.org
Sono numerose le compagnie e i gruppi teatrali dialettali sul nostro territorio. Pochi di questi però hanno una tradizione costante ma capace di rinnovarsi come i la compagnia “Matiröö” di Vacallo. Abbiamo incontrato Gianni Delorenzi, autore e regista, o capocomico come preferisce definirsi, che è di fatto l’anima del gruppo, in quanto ideatore di tutti i quattordici spettacoli portati in scena negli anni.

Quando sono nati i Matiröö?
Circa vent’anni fa. Eravamo un gruppo giovane di amici, che amava incontrarsi e divertirsi e a cui è venuta l’idea di fare teatro. Con il tempo sono rimaste prevalentemente le donne, perché di spettacolo in spettacolo aumentava la mole di tempo e impegno richiesta e gli uomini hanno preferito dedicarsi alle proprie carriere. Oggi, infatti, gli attori dei Matiröö sono in realtà tutte attrici.

Che tipo di teatro fate?
Il nostro è un teatro che deriva da quello che si faceva una volta in piazza, ha quindi radici popolari e racconta storie della gente. È importante ritrovare, coniugare e reinterpretare in chiave moderna queste tradizioni. La maggior parte degli spettacoli che abbiamo portato in scena vengono dall’Ottocento, che è il periodo di maggior ispirazione. E poi, il nostro è un teatro dialettale.

Come mai questa scelta?
Nel nostro caso è una questione di aderenza alle storie che narriamo che, come detto, sono di matrice popolare. Inoltre c’è anche l’aspetto della spontaneità da considerare. In teatro, a differenza che nel cinema o nella televisione, è sempre buona la prima. Certo, ci sono le prove, ma una volta che sei sul palco devi andare avanti anche se sbagli. Per questo è importante che l’attore sia a suo agio nel proprio ruolo, anche linguisticamente. Da questo punto di vista per noi è importante che ognuno parli il dialetto che parli a casa. E poi teatro e dialetto hanno qualcosa in comune.

Cioè?
Sono entrambi metaforicamente “morti”. Mi spiego meglio: è chiaro che non lo sono realmente, in quanto ci sono molte persone che fanno teatro, tante vanno a vederlo e il dialetto è ancora ben diffuso. Ma sono entrambi enormemente sotto pressione, il teatro dalla televisione e ancor di più da internet e nuove tecnologie, mentre il dialetto dalla globalizzazione, dall’inglese. Nessuno si chiede se l’inglese stia morendo, per il dialetto sì e già questo è un segnale.

Cosa fare allora?
C’è bisogno di idee nuove. Per esempio, ho l’impressione che si accetti il teatro dialettale principalmente quando è comico oppure nostalgico. Invece è importante raccontare tutti gli aspetti della vita, adeguarsi alla modernità. Una lingua deve evolversi. Per questo dobbiamo pensare a quello che il dialetto può diventare, non solo a quello che è stato. Per questo è importante puntare sui giovani che usano il dialetto, loro possono attualizzarlo.

Come giudica la situazione del teatro dialettale alle nostre latitudini?
Molto variegata. Alcune compagnie lavorano bene, altro purtroppo sono più scarse e fanno del male al teatro dialettale, rinchiudendolo in uno stereotipo che contribuisce a non evolverlo. È un circolo vizioso.
I Matiröö hanno partecipato, con grande successo, per due anni al Festival delle lingue neolatine che si tiene in Belgio. 

A quando il prossimo spettacolo?
Il festival internazionale in Belgio a cui abbiamo preso parte è stata una grande soddisfazione ma soprattutto un momento di incontro culturale importante per come lo intendo io, ossia momenti in cui la gente si ritrova per condividere delle emozioni. Attualmente siamo al lavoro per il prossimo spettacolo. La prima è prevista per il 13 marzo a Vacallo e siete tutti calorosamente invitati. Non posso ancora svelare concretamente la trama della messa in scena, ma posso anticipare che si tratta di una commedia in cui gli adulti si confrontano con il mondo degli adolescenti.

DS
frill

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