COME ERAVAMO...

LA MEMORIA STORICA DI UN POPOLO
NELLE PAGINE DI CHI LE RACCONTA
CON CIVILTA’ E ARTE...

Si chiama A.C.V.C. ed è l’Archivio Audiovisivo di Capriasca e Val Colla, una vera e propria Associazione che rientra nella celebrata categoria dei “Musei Etnografici Regionali” quegli apparati   altamente qualificati come metodo di studio e diffusione dell’antropologia culturale.
Un catalogo di conservazione che nasce nel 2007, con l’intento di raccogliere, custodire e rimandare alla nazione e ai posteri, le immagini e le testimonianze parlate che istituiscono la memoria sociale della Capriasca e della Val Colla.
5’000 fotografie selezionate e oltre 100 ore di registrazioni, costituiscono la forza di questo fenomeno storico mediatico. Interviste alle persone più anziane a testimoniare racconti autentici e attendibili.
Una ricchezza audiovisiva che scaturisce in gran parte da privati che offrono l’opportunità di immettere le loro immagini e le loro vicende di vita quotidiana in questo  interessante archivio.

Per rendere ancor più prestigiosa questa fantastica idea di preservare gli avvenimenti di questa terra ACVC ha inoltre rispolverato l’insigne compito sviluppato dall’Antropologa Chiara Camponovo tra il 2001 e il 2003,Memoria fotografica. L’archivio fotografico e sonoro di Capriasca e Val Colla, che ha raccolto e catalogato più di 2500 immagini nella regione grazie a una borsa cantonale per la ricerca.
Una relazione fotografica quella della Camponovo che si era inserita sul lavoro di un gruppo di allievi della Scuola media di Tesserete, coordinato  dal docente Maurizio Cattaneo, durante l’anno scolastico 2000-2001. Grazie alla minuziosa indagine degli allievi che nella cerchia di parenti più anziani e vicini di casa, sono riusciti a raccogliere e digitalizzate circa 600 vecchie fotografie. Una mostra a fine anno scolastico aveva avuto un ingente consenso di pubblico. 

Ma chi è il vero artefice di questa meravigliosa idea di fondare un’istituzione così importante per la salvaguardia della storia di un popolo della sua civiltà, delle sue tradizioni e dei suoi costumi? A riguardo siamo andati a far visita al giovane curatore  questa notevole realtà   Nicola Arigoni classe 1985 nato a Vaglio dove ha compiuto i primi passi nel mondo scolastico, per poi passare prima a Tesserete per le medie, poi a Lugano per il Liceo e finire All’università di Pavia dove si è laureato portando orgogliosamente una tesi in dialettologia. “Parole Cose Persone. Inchieste dialettologiche in Capriasca e Val Colla”

Un progetto che nasce da un’idea di chi e a quale scopo?
L’idea iniziale è nata alle scuole medie di Tesserete quando un gruppo di docenti ha deciso di far raccogliere ai propri allievi le immagini dei loro nonni; in seguito un’antropologa, Chiara Camponovo, ha condotto con una borsa di ricerca del Canton Ticino una ricerca etnografica incentrata sulla raccolta di vecchie immagini della regione. Nel 2007 si è poi costituita l’Associazione memoria audiovisiva di Capriasca e Val Colla, grazie alla tenacia e lungimiranza di Carla Borla, già municipale e professoressa a Tesserete, con lo scopo di salvaguardare il proprio patrimonio iconografico e orale tramite l’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla (ACVC), principale realizzazione dell’associazione.
Oltre al virtuale di rete, esiste anche un archivio di fatto?
Credo sia importante sottolineare che il sito (www.acvc.ch) non è stato l’obiettivo principale del lavoro svolto in questi anni; innanzitutto si è trattato di salvare e salvaguardare le immagini raccolte. Per fare ciò, dal momento che il nostro archivio non possiede gli originali ma solamente delle copie digitali, ci siamo affidati alla consulenza della Fonoteca nazionale svizzera, che ci permette di salvare le immagini e i documenti orali nella loro banca dati, e quindi di metterli “al sicuro”. Il nostro è quindi un archivio digitale, che raccoglie e valorizza con mezzi informatici documenti di un passato ormai lontano.

Organo da lei  gestito  con quale metodologia?
Esatto,  a partire dal mese di maggio continuerò a gestire l’ACVC, occupandomi inoltre della stesura dei Documenti orali della Svizzera italiana, collana edita dal Centro di dialettologia e di etnografia per cui lavoro, in collaborazione con Mario Vicari.

Più di 100 soci, organizzate incontri oppure eventi che vi permettono periodicamente di incontrarvi?
Certamente; si sono organizzate molte serate di proiezioni pubbliche di immagini nei vari paesi della regione e inoltre nel mese di novembre del 2012 è stata allestita una mostra al Convento Santa Maria del Bigorio dal titolo “Il menù era quello: la povertà!” Il Convento di Bigorio fra immagini e ricordi, che ha avuto un’ottima affluenza di pubblico. La mostra è stata l’esito di una ricerca riguardante i riti e le tradizioni religiose nella regione, durata quattro mesi e sostenuta da Memoriav (l’associazione svizzera per la salvaguardia del patrimonio audiovisivo).

Il nostro Presidente Yor Milano come citava anche Felice Musazzi, sostiene che un popolo senza memoria, è un popolo senza storia; si sente  in linea con questa affermazione?
Non posso che essere d’accordo con questa affermazione; noi come associazione operiamo per salvare questa memoria, e soprattutto per salvare quella che è la memoria collettiva della regione. Non raccogliamo gli album privati, anzi cerchiamo di raccogliere quello che può essere di interesse per la comunità, e per la storia di questa comunità. In seconda battuta questo materiale ha anche un valore storico e documentario, non meno importante di quello affettivo.

Avete mai pensato di varcare il confine proponendo questo progetto anche ai comuni della terra dell’Insubria?
La nostra esperienza è in un certo senso ‘esportabile’: e sarebbe solamente un bene se altre realtà territoriali agissero in questo senso. In Lombardia inoltre ci sono in corso molti progetti interessanti legati al territorio e alla cultura popolare, quali per esempio l’Archivio etnografico di storia sociale. 

Un vero museo nella immensa rete del web e del 2.0. Ricevete sovvenzioni, o altri tipi di aiuti dallo stato, oltre che dai vostri soci sostenitori e simpatizzanti?
Devo dire che, come si suol dire, ce la siamo cavata. Non è sempre facile trovare aiuto nelle istituzioni pubbliche, ma abbiamo avuto la fortuna di essere stati sostenuti dai comuni di Capriasca e della Val Colla, così come dalla città di Lugano e dal Canton Ticino.

Trovate ostacoli burocratici nello svolgere questo servizio?
Non ne abbiamo incontrati di particolari.

Progetti di espansione dell’operato di questa meravigliosa iniziativa?
I progetti, e i sogni nel cassetto, sono molti: ma per prima cosa dobbiamo continuare nella raccolta di testimonianze orali e di immagini: sono un patrimonio culturale che facilmente con il tempo scompare; quando un informatore viene a mancare con lui finisce un mondo. Da qui l’urgenza di muoversi per tempo.

Signor Arigoni mi chiude questa intervista con un pensiero a ruota libera su questa avventura antropologica?
Se devo parlare di ciò che più mi piace di questa attività lavorativa, molte sono le cose di cui dovrei parlare. Per quanto riguarda la raccolta di immagini affascina l’idea di tuffarsi in un mondo oramai scomparso che però rivive, o per lo meno è fissato, tramite le fotografie scattate.

Sfogliando assieme agli informatori gli album di famiglia si ha la sensazione di rivivere la storia impressa in quelle immagini; è però una storia che non si trova sui libri di scuola, non è la Storia se non tangenzialmente. È una storia fatta da piccole storie, una storia di persone che appunto non rientrano nei grandi meccanismi mondiali della Storia, e per questo sono quindi storie sconosciute, ma certo non meno meritevoli d’esser raccontate. Sono storie di ‘vita vissuta’, con tutto ciò che comporta questa definizione: racconti di momenti felici (le immagini di matrimoni o feste per esempio), e di momenti duri (le immagini che ritraggono gli emigranti), racconti di momenti unici (costruzioni, pose di prime pietre) e di momenti che invece si ripetevano ogni anno (le tradizioni, i lavori agricoli scanditi dalle stagioni).

Ognuna di queste storie contribuisce a creare ciò che si chiama la memoria collettiva di una regione, e ognuna di esse si intreccia con la storia della nostra pieve e valle.

Il compito dell’ACVC è quindi anche quello di far sì che queste storie non vadano perdute tra le pieghe del tempo, far sì che queste immagini di per sé mute abbiano ancora qualcosa da dire.

Vorrei terminare citando le parole di una nostra anziana informatrice, che riassumono il pensiero di molti informatori: “Siamo responsabili di far conoscere come era il nostro mondo, perché noi possiamo confrontare la vita di un tempo con quella di oggi, mentre i giovani ancora non possono”. Anche a questo può servire l’ACVC, a collegare le generazioni. 
                                                                                                                                    pvv
frill

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